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1937 - P. Mario Vergara in Birmania |
Nel
luogo letterario della comunicazione dei risultati di una ricerca di
storia locale, realizzata qualche
anno fa
e
pubblicata in parte sul periodico Progetto
Uomo
collegato alla Parrocchia dell’Assunta,
ho dato delle indicazioni circa la persistenza secolare di un certo
modello
pedagogico frattese.
Un modello che si può agevolmente delineare e coerentemente
descrivere allo stesso modo di altri e tanti modelli (autori,
filosofie, didattiche e scuole) famosi e teorizzati nello studio e
nella storia delle Scienze
dell’educazione.
Questo modello avrebbe caratteristiche e valori rapportati all’etica,
alla vita civile e alla vita religiosa, ed esprimerebbe una paideia
particolarissima
ed esemplare che vale per la conoscenza, per la ricerca, e per
l’esperienza della fede cristiana. Ciò è reso possibile grazie al
rilievo storiografico di una vera “cordata
di educatori” operante
dal ‘700 ad oggi, e che ha rappresentato una
idea,
una
azione,
ed una proposta educativa tutta legata al luogo di Frattamaggiore.
L’origine
di questa cordata è rinvenibile nell’opera del canonico
Michele Arcangelo Padricelli (1691-1764), riformatore degli studi del
Seminario di Aversa, che in epoca borbonica fu modello della
formazione ecclesiastica per tutto il clero meridionale. Ad essa si
agganciano opere educative di molti altri frattesi, tra ‘700 e
‘800, che trovano un culmine significativo nell’opera di Mons.
Carmelo Pezzullo (1829-1919) primo Rettore del Santuario
dell’Immacolata che ebbe grande influenza sull’intero sistema
educativo locale svolgendo anche la funzione civica di assessore
all’istruzione pubblica nella Fratta post-unitaria.
Le
esperienze del XX secolo si legano sempre all’opera di
ecclesiastici con il carisma della educazione giovanile: il parroco
del Redentore Sosio Vitale (1884–1918) e i vescovi Nicola
Capasso (1886-1968) e Federico Pezzullo (1890-1979) che furono anche
rettori del Seminario di Aversa; e ancora il sacerdote Nicola Mucci
(1893-1973) che estese la sua opera di pastorale educativa fondando e
dirigendo l’Istituto-Convitto Sacro Cuore dedicato agli
studi ginnasiali e liceali di tutto il territorio.
Le
espressioni più recenti di questa cordata di educatori frattesi si
identificano sicuramente nelle iniziative a modello ‘oratoriano’
realizzate a favore dei giovani nell’epoca della transizione economica, sociale e culturale della città, dagli anni ’60 ad
oggi.
Il
progetto dell’educazione giovanile, fortemente legato alla
tradizione pedagogica cristiana frattese, riappare nell’opera di
don Angelo Crispino, che nel periodo concomitante e post-concilio
Vaticano II recuperò e ripropose in maniera innovativa, con
l’Oratorio
Don Bosco,
i fondamentali tratti della pastorale giovanile frattese.
Instaurando uno
stile che venne emulato da una generazione di sacerdoti locali che si
interessò dei problemi della trasformazione sociale e della
formazione dell’identità cristiana dei giovani; e
che
porta ancora i suoi frutti e ancora si irradia dalla parrocchia di M.
SS. Assunta, dalle
iniziative giovanili
delle altre parrocchie locali, e in particolare dal
più recente Oratorio
di San Filippo Neri
fortemente voluto dal Parroco Nicola Giallaurito.
A
pieno titolo si può annoverare nella cordata degli educatori
frattesi anche
padre Mario Vergara (1910-1950) missionario del PIME martire in
Birmania (Myanmar) e recentemente beatificato insieme con il
catechista Isidoro. Oggi 25 maggio ricorre la loro festa liturgica, e
tra le svariate iniziative e commemorazioni svolte a livello frattese
e diocesano, con l’intervento ai Primi Vespri in Basilica di San
Sossio anche del Vescovo Angelo Spinillo e del Parroco Sossio Rossi, si può aggiungere
l’esempio
di padre Mario Vergara come Maestro
di
Metodo Missionario.
A questo proposito riporto di seguito il testo pubblicato nel 2007 su
Venga
il tuo Regno,
periodico del PIME.
L’immagine
del missionario che nei luoghi lontani ed ostili deve gettare il seme
del cristianesimo, alle prese con mille difficoltà e situazioni
rischiose ed imprevedibili, e che deve inventare soluzioni
intelligenti ed efficaci per poter compiere il suo lavoro apostolico
e di assistenza per le popolazioni a lui affidate, è una immagine
che ci viene rimandata da una vasta letteratura devozionale,
narrativa e giornalistica.
In
una nota enciclopedia italiana, pubblicata negli anni ’40 e
ristampata in diverse edizioni fino agli anni ’60 (Enciclopedia dei
ragazzi, Mondadori) alla voce ‘missioni’ viene descritta una
figura del missionario molto significativa. In particolare si tratta
della descrizione di un modello di azione evangelizzatrice che si
può considerare un consolidato ‘metodo’ di approccio alle genti
da parte del missionario; il quale, se un tempo doveva affrontare
barriere quasi insormontabili di civiltà, di cultura e di
comunicazione, come si legge nell’Enciclopedia: “oggi,
invece […] trova in generale molte difficoltà spianate dai
confratelli che lo hanno preceduto in regioni più o meno vicine a
quella a lui assegnata: presso di loro egli può apprendere la lingua
del luogo, la psicologia degli abitanti e compiere un primo tirocinio
che lo prepari ad affrontare i compiti che presto probabilmente da
solo dovrà svolgere.
I
primi alleati del missionario che si venga a trovare solo nella zona
a lui assegnata saranno i fanciulli e gli ammalati. Con piccoli doni
si cattiverà l’amicizia degli uni, con qualche medicina si
acquisterà l’animo degli altri. Ma la massa degli indigeni per un
lungo periodo di tempo lo guarderà con diffidenza, lo spierà in
ogni mossa, finchè dalla vita esemplare da lui condotta, dalla sua
generosità e dal suo disinteresse non apprenderà l’elevatezza
della religione che lo straniero professa. Curando i malati,
accostando i fanciulli, soccorrendo i più poveri, il missionario
potrà cominciare l’opera di penetrazione e parlerà ai nuovi amici
di un Dio che assume la natura umana per redimerci. Il racconto della
Passione di Cristo commuove profondamente i pagani e la loro simpatia
passa gradualmente dal missionario al Dio in cui egli crede.
L’apostolo può così inoltrarsi sempre più nei misteri della
fede, parlare della necessità di
piacere
a Dio nell’osservanza dei suoi comandamenti e della sua legge
d’amore, far conoscere la Chiesa depositaria della dottrina che
egli predica. Frattanto, manovale e ingegnere insieme, il missionario
si è costruita una capanna che gli servirà da cappella, e in questa
avrà la consolazione di amministrare i primi Battesimi, di celebrare
le funzioni liturgiche per i primi convertiti. Il seme della Parola
di Dio, fecondato dall’amore e dai sacrifici del missionario, ha
dato i suoi frutti.” (Enciclopedia dei ragazzi, Vol. X p. 7136 -
37, Verona 1962).
Nello
stendere questa descrizione, il redattore del testo doveva
sicuramente avere a disposizione una fonte, o una testimonianza
diretta sulla vita missionaria degli anni ’30 –’40. Sicuramente
egli si sarà documentato con la consultazione delle riviste
missionarie dell’epoca.
E’
sorprendente infatti fare l’esperienza della descrizione
dell’azione missionaria tipo proposta dall’Enciclopedia
dei ragazzi e rileggere poi le stesse cose in uno scritto autografo
che padre Mario Vergara inviò dalla Birmania per la pubblicazione
nella rivista del P.I.M.E. ‘Le Missioni Cattoliche’
dell’anno 1937:
“Un
giorno mirai ad un villaggio di battisti proprio al confine del
distretto e andai a visitarlo. La prima volta ebbi accoglienza
apatica. Accettarono le medicine, ma quando parlavo di religione
erano sordi come un muro. Dopo alcuni mesi vi andai di nuovo: trovai
migliore accoglienza; qualcuno mostrava anche delle velleità, ma
trovavo grande ostacolo nelle donne, che non volevano saperne dì
cambiare religione. Conosciuto il lato debole, preparai il mio piano.
Vi andai la terza volta in compagnia di due catechisti. Dissi loro
di trattare solo con gli uomini e di tralasciare le donne a cui
avrei pensato io. In che modo? Di preciso non lo sapevo neppure io;
confidavo in un aiuto speciale del Signore. Mi attirai dapprima le
simpatie dei bambini ai quali distribuivo confetti in quantità; con
tutte le donne fui generoso di medicine e consigli; quindi le feci
radunare per sentire un mio discorsetto. Parlai per quattro ore
consecutive; poi feci radunare i capi di famiglia. Altre due ore di
conversazione terminata con questo bell’esito: tutti si fecero
catecumeni.” (Le Missioni Cattoliche, 1937, p.238; in: F. Germani,
P. Mario Vergara
– Martire della Fede e della Carità in Birmania; P.I.M.E. Napoli
1987).
Molto
probabilmente Le
Missioni Cattoliche
del 1937 e in particolare l’articolo di padre Mario Vergara,
insieme con gli altri articoli precedenti dello stesso padre Vergara
e di altri missionari suoi confratelli che parlavano della
preparazione linguistica e antropologico-culturale del missionario in
Birmania, erano tra le fonti e la documentazione di cui si servì la
Enciclopedia dei ragazzi per la descrizione del ‘metodo’ di
evangelizzazione missionaria degli anni ’40.
Se
ciò è vero l’Enciclopedia dei ragazzi ha fatto scuola sulla
‘missione’ con l’insegnamento di un vero
maestro di vita apostolica e di metodo missionario.
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